GAZEBO PENGUINS LIVE@ MACELLO-PADOVA-04/05/2012
Degli emilianissimi Gazebo Penguins (a volte da Correggio, a volte da Zocca) ne ho sentito molto parlare (in principio da qui) fin da quando è uscito Legna, il loro secondo album (succeduto a The name is not the named del 2009); ma un loro live mi è sempre mancato.
Fino a ieri. Quando, per l’appunto, li ho visti per la prima volta dal vivo all’ex macello di Padova, in occasione dell’omonimo festival che fra l’altro annovera nella sua programmazione anche altri nomi “noti” del panorama alternativo italiano ed internazionale come Brunori Sas, Bud Spencer Blues Explosion, Dente e Giardini di Mirò, tanto per citarne alcuni.
La serata è di quelle tipiche del periodo tardo primaverile, con un clima gradevole che non consente ancora del tutto di vestirsi troppo leggeri, ma che già permette di bere una birra media in pochi minuti senza necessariamente sentirsi degli alcolizzati cronici; e il pre concerto è pure lui attinente ad un certo tipo di “standard”, con un mescolarsi di fan e semplici curiosi ad animare attesa ed interazione sociale attraverso un reciproco scambio di informazioni ed opinioni su ciò che da lì a breve avrà luogo sul palco.
Così tra una chiacchera e l’altra, tra un “come stai?” e un “te li hai già sentiti? Come sono?” il concerto ha inizio. Con un La.
Il tram delle 6 è il pezzo con cui i Gazebo Penguins iniziano a dar sfoggio delle “mazzate sonore” che compongono Legna, e, più o meno in linea con la scaletta del disco, vanno avanti con le varie Dettato, Senza di te, Frate Indovino, Troppo facile, Cinghiale, Ci mancherà, 300 lire, mantnenendo sempre alta la carica andrenalinica dei pezzi e vivendo lo spazio del palco nella sua totalità, in un continuo agitarsi convulso tra salti dalle spie e continue corse avanti e indietro che solo i limiti imposti dalle ringhiere riescono a frenare.
A far da contorno alle funambolie e ai costanti intramezzi ironici del trio emiliano c’è da menzionare la presenza di un pubblico caldo, partecipativo, che poga, che canta col dito altzato la maggior parte del repertorio proposto e che ultimamente in Veneto è difficile riuscire a vedere senza avere la percezione di assistere ad un mezzo miracolo.
E che proprio sul più bello, cessa. Infatti, il concerto sarà durato sì e no qualcosa come cinquanta minuti scarsi, e se ciò sia dovuto alla durata relativamente corta della scaletta o alla dimensione di “città dormitorio” che ormai caratterizza Padova come la basilica di Sant’Antonio, è una cosa cui credo sia diffiicile trovare una risposta senza comprendere entrambe le ipotesi; sta di fatto che qualche minuto in più di decibel nelle orecchie sarebbe stato sicuramente apprezzato da più di qualcuno. Sottoscritto compreso.
Comunque, in definitiva, un live ben riuscito, che ha certificato ulteriormente le capacità di una tra le più interessanti band del sottobosco punk-emo-core italiano, e che ha lasciato occhi e orecchi pienamente soddisfatti nonostante la scarsezza della durata.
Vabbè, magari la prossima volta me li becco fare un live di tre ore.
Chissà. La speranza è l’ultima a morire.
A Presto!
BeppeTesta



